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Ci sono storie e storie. Tante, diverse e tuttavia
simili. Simili perché si richiamano, legate da quel filo
sottile che le tiene insieme, che le accomuna. Nel nostro caso parlano
di noi, della nostra storia, del nostro immaginario, del mondo in
cui viviamo e del modo in cui lo abitiamo:arricchendolo, diversificandolo,
facendolo anche nostro. Diverse non solo per vicissitudini, intrecci
e finali, ma anche per il modo in cui vengono raccontate: alcune
restano solo parole, immediate e circostanziali, altre invece diventano
romanzi. Altre ancora film. Che siano storie di vita vissuta o inventate,
le storie lesbiche si trovano nella letteratura e nel cinema. Capita,
a volte, che da un romanzo venga fuori un film: un dialogo tra arti
in cui una parola, prima detta e poi scritta, diventa immagine filmica.
Naturalmente, più l’industria editoriale è grossa,
più il mercatocinematografico ha materiale da cui attingere.
Occorre guardare dunque – forse con una punta d’invidia
– al mercato angloamericano. Dal 1928, anno di pubblicazione
de Il Pozzo della solitudine, strada ne è stata fatta. E
se all’inizio Inghilterra e Stati Uniti ci hanno dato figure
cult come Virginia Woolf (come non ricordare Orlando, scritto nel
’28 e diventato film nel ’92, con Tilda Swinton) e Gertrude
Stein, superati i terribili anni ’50 e accantonato il Pulp,
dopo
Stonewall la produzione è stata sistematica,
a tal punto da potere quasi tracciare una storia del mercato editoriale
lesbico. Prendiamo la Naiad Press ad esempio. Una casa editrice
che ha iniziato nel 1973 (prendendo gli ordini per posta) e che
ha raggiunto l’apice nel 1985. Quando ha chiuso, nel 2003,
era una delle più grandi case editrici del mercato lesbofemminista
del mondo. E non è finita lì. Oggi ci sono Bella Books,
Regal Crest, Bold Strokes, Firebrand, Virago. Non mancano insomma
donne che scrivono per donne e che leggono storie di altre donne.
Non mancano quindi storie per il grande schermo: The Children’s
Hour, pièce teatrale che nel 1934 porta Lillian Hellman al
successo e che nel 1962 diventa film grazie a William Wyler (in
Italia: Quelle due con Audrey Hepburn e Shirley MacLaine). Oppure
Desert of the Heart, scritto da Jane Rule nel 1964 (pubblicato dopo
ben 22 tentativi) e girato da Donna Deitch nel 1985 (in Italia:
Cuori nel deserto con Helen Shaver e Patricia Charbonneau). O ancora
Il colore porpora di Alice Walker, trasformato in film per la regia
di Steven Spielberg. Giusto per fare qualche esempio, ma la lista
chiaramente contina.
In questa edizione ricordiamo Daphne Du Maurier,
scrittrice britannica che nel 1938 raggiunge il successo con Rebecca,
romanzo da cui Hitchcock trarrà il suo famoso film. Non sarà
l’unico prestito della scrittrice al cinema: Gli Uccelli e
Jamaica Inn sono altri due film che Hitchcock gira sulla base dei
racconti di Du Maurier. O ancora Don’t Look Now, thriller
di Nicholas Roeg (in Italia: A Venezia… un dicembre rosso
shocking con Julie Christie e Donald
Sutherland) del 1973. Nel film di Clare Beavan (con la sceneggiatura
di Margaret Forster, biografa della scrittrice) la vediamo sotto
una nuova luce: una donna scissa tra il ruolo pubblico di madre
e moglie e il ruolo privato, quello di chi ama e che ha paura di
quello che sente.
Altra autrice che ha stabilito un dialogo costante col cinema è
Sarah Waters. A partire da Tipping the Velvet, uscito nelle sale
nel 2002, tutti i suoi romanzi più noti sono stati trasposti
sul grande schermo: nel 2005 sarà la volta di Fingersmith
e nel 2008 di Affinity. Quest’anno, invece, tocca a The
NightWatch, per la regia di Richard Laxton, che proiettiamo
al festival. Il libro, uscito in Gran Bretagna nel 2006, edito in
Italia da Ponte alle Grazie, ha confermato Waters una delle principali
autrici britanniche, un’autrice capace di coniugare storia
e intreccio, ripercorrendo le vicende personali dei suoi personaggi
sullo sfondo della seconda guerra mondiale.
Autrice prolifica, ma meno ricercata dal cinema, forse a causa della
natura complessa, a tratti onirica, della sua scrittura, è
Jeanette Winterson. Scrittrice di culto in Gran Bretagna e in Italia,
Winterson è famosa per i suoi romanzi sperimentali quali
Scritto sul corpo, Il sesso delle ciliegie, Non ci sono solo le
arance. Quest’ultimo è l’unico grande titolo
ad essere stato adattato per la televisione nel 1989, per la regia
di Beeban Kidron e con la cura della sceneggiatura ad opera della
stessa Winterson. Il film vinse un BAFTA e diventò anch’esso
un film di culto. In questa edizione, proponiamo il corto Tough
Girls Don’t Dream della regista ungherese Zsófia
Zsemberi, tratto dal racconto Disappearence I, pubblicato in Italia
da Mondadori nella raccolta Il mondo e altri luoghi. Sono, appunto,
storie diverse: dalla biografia di Daphne, al romanzo storico di
Waters, al racconto contemporaneo di Winterson. Storie scritte per
restituirci un’altra immagine, un nuovo modo di vederci, di
ripensarci. Ed è proprio grazie a questa narrazione, di libri
e di film, che un nuovo mondo è possibile: un mondo in cui,
come racconta Winterson, è ancora possibile continuare a
sognare.